giovedì 24 dicembre 2009

AUGURI

lunedì 21 dicembre 2009

AUGURI

Buon Natale!!!

fra

sabato 5 dicembre 2009

Attesa...

Visto che il tema del prossimo incontro è l’attesa e visto che nella bocca ho ancora, nonostante siano passati dei mesi, un retrogusto di palinka e brenza, ho pensato di lasciare qui cosa ho imparato dell’attesa in Romania. C’è poco della Romania, quello l’ho già raccontato tante volte e altre ancora ne parlerò, c’è più del prima e del dopo, dell’attesa e dell’asetta.

Eh già, perché se c’è un nome che dice quei sentimenti di curiosità, desiderio, speranza, paura, agitazione, gioia non ancora completa ma più scoppiettante del suo assoluto, ce ne deve essere uno anche per tutti i sentimenti di quando torni: la voglia di tornare e quella di non tornare, il desiderio di raccontare e di condividere, la mancanza di chi non è con te che si fa sentire, la nostalgia, il ricordo, la soddisfazione di aver realizzato un progetto chissà quanto a lungo sperato, la paura e la voglia che qualcosa non sia più come prima. E tanto altro. Anche questo è un po’ attesa, anche se non è proprio attesa, perché viene dopo e non prima. E allora io la chiamo asetta.

Allora cambio, ecco:

Cosa ho imparato dell’attesa e dell’asetta in Romania

Attesa è sognare un viaggio da quando hai 11 anni e doverlo rimandare senza sapere fino a quando. È vedere gli amici partire e pensare a quando sarà toccherà a te.

Attesa è inaspettatamente rendersi conto che il sogno diventa concreto, e capire che questo germoglio coltivato e nutrito da tanto tempo ha scelto il momento peggiore per sbocciare. O forse ha scelto il migliore: perché se partire non costa nulla, se non comporta di lasciare qualcosa che ti è caro e che ti mancherà fino alle lacrime, allora è fuggire.

Attesa è aspettare il treno fino a Mestre e poi la coincidenza fino a Trieste, arrotolare palloncini durante il viaggio mentre due bimbe cinesi ripetono allegre e squillanti “tenchiu tenchiu!” e infine cercare pazientemente qualcuno che ti indichi la strada per Villa Ara.

Attesa è aspettarsi una casa calda e accogliente, qualcuno che ti prepari e ti incoraggi ad affrontare la nuova avventura e ritrovarsi invece in un posto anonimo e freddo, almeno per chi come me è abituato alla alcantariniche braccia spalancate di Assisi. Ma attesa è anche scoprire i nuovi compagni di viaggio, volti e sogni diversi e speciali e sentirsi pian piano parte di un nuovo arcobaleno.

Attesa è un limbo in cui rimaniamo parcheggiati qualche ora lunga e non programmata tra sacchi a pelo e zaini, io stanca ormai di racconti di Romania vista con le pupille degli altri e affamata invece di toccare, annusare, assaggiare questo Paese riempendomene l’animo e gli occhi, i miei finalmente.

Attesa è il pulmann che arriva e attesa è salirci sopra, rendendomi conto solo allora di essere partita senza conoscere nulla e nessuno, fidandomi di un volantino appeso davanti a una chiesa.

Attesa è partire allo sbaraglio allegro e inconsapevole. Attendersi tutto, appunto, senza righe di paragone, come appena sbarcata da un altro pianeta.

Attesa è la concretezza della scomodità di un posto che sarà la letto, divano, sedia, tavolo per tante tante ore di seguito.

Attesa è guardare il paesaggio con gli occhi curiosi ma non golosi, occhi che guardano meravigliati il Danubio immenso e lunghissimo (il Po in confronto è un ruscelletto!!!), le luci di Budapest, il verde dei Carpazi, ma che non si affezionano a nessuna delle meraviglie incontrate.

Attesa è leggere ROMANIA e pensare che siamo arrivati. E scriverlo veloce in sms indegno del suo compito a chi è a tanti chilometri da te, ma questa è già asetta.

Attesa è aspettare che la burocrazia locale ci dia i permessi per prestare servizio. Attesa è una lunga inutile fila per una presunta e formale visita medica.

Attesa sono i tempi rumeni, più lenti, più rassegnati, di chi ha sofferto guerre e dittatura e le braccia e le gambe ancora indolenzite dalle catene che ha portato fino a poco tempo prima.

E c’è un momento in cui l’attesa si ferma, perché il tempo si ferma e rimane sospeso.

E incontri quegli occhi: quelli di Marianna che tira testate contro il muro e ha la cirrosi, quelli di Simona autistica e assetata d’amore, quelli di Marioca che sorride e balla apparentemente da sola ma in realtà con il suo angelo custode, quelli di Regina legata mani e piedi alla sedia, quelli di Andrei che gioca con la sua saliva e ce la offre generoso, quelli di David portento di muscoli in un corpo che non vuole crescere e concentrato di furbizia a cui non è mai stato insegnato a parlare.

Cosa attendono questi figli di Cernobyl?

Cosa si attendono da noi? Non siamo qui per strapparli all’inferno e portarli in una famiglia che li ami e si prenda cura di loro, una casa calda e pulita, giocattoli e colori.

E già egoismo essere qui e credere di amare, e ripartire tra due settimane.

Eppure loro ci attendono. Marianna attende le carezze che riceve rannicchiata sotto la sua coperta che odora di urina, Simona qualcuno che le prenda le mani, Marioca un cavaliere a cui sorridere e a causa del quale far saltare un ballo al suo angelo, Regina le bolle di sapone da far scoppiare con il naso, Andrei qualcuno che batta le mani con lui e che non abbia paura dei suoi schizzi di saliva, David un amico con cui fare la lotta e mille risate.

Ci attendono, con lo sguardo alla finestra e gli occhi su di noi quando poi entriamo, e sul volto qualcosa di simile a un sorriso ma più misterioso e malinconico.

Attesa è svegliarsi, e pensare a loro con affetto e fatica. Asetta è addormentarsi con i loro volti nel cuore.

Asetta è aspettare di tornare a casa, raccontare, condividere. Asetta interrotta come un brusco risveglio che ti sorprende perché le cose lasciate non si ritrovano mai come prima. Attesa presa in giro da un’asetta che cambia le carte in tavola e ti dice che nella vita il bello di attendere è che non sempre ciò che attendi avverrà. E te lo dice con il volto di clown che si prende gioco di te. Eppure ha ragione.

Perché l’attesa è speranza, non è certezza. Attesa/asetta è tempo perso, e perciò vissuto, perché non usato al fine di fare, produrre qualcosa ma scoperto in ogni attimo, con l’emozione, la fibrillazione di stare aspettando qualcosa di bellissimo e incerto.

Incertamente stupendo e stupendamente incerto.

È in Romania che ho letto per la prima volta questa frase di don Tonino Bello: “Attendere è l’infinito del verbo amare”

E poiché amare è gratis, anche l’attesa lo è e dunque è bella e grande anche quando ciò che attendi non si realizza. È il bello della speranza.

Asetta poi è anche desiderio di tornare, ora più forte che mai.

La revedea, Sighet!!!

lunedì 30 novembre 2009

Ci salverà il soldato che non la vorrà...

La spensieratezza dei bambini e il dramma della guerra, l'insensatezza degli adulti e le domande dei piccoli... "la Terra è tutta un lutto chi la consolerà?"...girotondo di De Andrè

http://www.youtube.com/watch?v=XyPDCkNNKao

Piccolissima traccia

Una piccolissima traccia ancora fresca che vorrei condividere.
Domenica ero in una cascina sperduta vagamente vicino a Chieri a recitare con i Sensi InVersi e dopo di noi si è esibita una compagnia in uno spettacolo di danza afro.
Eccola qui, la traccia che mi è rimasta nel cuore: la compagnia che ha danzato (mi pare si chiami Viaggi fuori dai Paraggi ma non sono sicura) è formata per la maggior parte da ragazzi affetti da sindrome di down, teneri, sorridenti e allegramente goffi e scoordinati nei movimenti. Fino a quando non c'è musica.
Ma poi la musica parte e il gruppo diventa un solo corpo che si muove all'unisono con un'armonia davvero rara. E poi passaggi, scene di caccia, di guerra, di corteggiamento, di festa. Non riesco a descrivere come l'iniziale goffaggine, pur rimanendo tale, diventava dolcezza di movimenti, unione, comunicazione di emozioni, sentimenti, forza. Sembrava che tutta la cascina vibrasse con la loro danza: ognuno di noi ha combattuto, è andato a caccia, ha avuto paura e si è innamorato insieme a loro! Ci hanno fatto vivere la storia che ci hanno raccontato, pur non usando una parola.
Erano pieni di energia e ce l'hanno trasmesso: ci credevano pienamente nella loro danza e si è sentito.
E' stato bello e sono loro grata. Tutto qui: volevo condividerlo con voi.

venerdì 27 novembre 2009

Viaggi ed incontri... che hanno lasciato Tracce!

Ecco un video di alcuni miei viaggi in cui ho fatto incontri che mi hanno lasciato delle TRACCE...

La colonna sonora è la canzone "La strada" dei Modena City Ramblers...



lunedì 23 novembre 2009

Lettera da Sarajevo

Questa che segue è una lettera che ho scritto da Sarajevo tanti anni fa ad un amico. L'ho ritrovata (anche grazie al racconto di Elenuccia!)... e la condivido con voi... visto che fa parte di un viaggio, è frutto di incontri e sicuramente ha lasciato delle Tracce in me! (... e poi c'entra con l'argomento "guerra").

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Sarajevo, 29 agosto 1999

Ho appena smesso di piangere…
...come sono stata male! Mai come in questo momento e così a fondo.
Qui a Sarajevo ci hanno fatto vedere un video di presentazione dell’Associazione Sprofondo per cui facciamo il campo questa settimana. C’erano parecchie scene della vita in città durante la guerra, durante i bombardamenti… gente che piangeva, che correva per sfuggire ai cecchini… scene che avrò visto un centinaio di volte in TV in Italia e già allora stavo male. Ma stasera l’ho visto con occhi diversi… gli occhi di chi ha degli amici che hanno passato tutto questo! Al posto delle facce degli uomini, delle donne e dei bambini sarajeviti, vedevo quelli di Refik, Kudus, Emina e di tutti quelli che ho conosciuto in questo mese. Mi è preso un nodo alla gola tremendo… avrei dovuto sentirlo già prima, ma è vero che fin quando non tocchi con mano, non riesci a capire… io l’ho appena SFIORATO e già mi fa così male! Cosa avranno provato loro? Mi sento così lontana… Gli altri, ancora estranei del tutto alla realtà bosniaca, ridevano distratti da un cagnolino mascotte dell’Associazione ed io mi chiedevo: “MA COME FANNO?”.
Ho rivisto gli occhi pieni di lacrime della mamma di Nino…
Ho rivisto gli occhi di Refik quando eravamo nella parte serba di Sarajevo e si parlava della presenza probabile di mine… erano SPAVENTATI!
Ho anche pensato a tutti quelli che a causa della guerra, d’un tratto (il tempo dello scoppio di una granata), si sono ritrovati nulla tenenti se non della loro tristezza e del loro orrore.
Forse sono tragica, drammatica… boh… spero di non sembrarti sciocca, ma è così che mi sento. Avevo già intenzione di scriverti questa settimana, ma speravo di scriverti quattro cazzate… quelle che sparo solitamente, ed invece… che disastro! Mi rifarò… ma adesso la mia preoccupazione è: DIMENTICHERO’?? Non voglio!
E’ vero, non è giusto essere sempre tristi, né nei confronti miei, né nei confronti delle vittime della guerra… ma non so…… smetto… non so più andare avanti, è difficile spiegare! Scusa lo sfogo, ma so che tu mi puoi capire, i ragazzi che sono qui sono forse ancora lontani o comunque non me la sento di parlargliene, non ora!

…a presto…

LA STRADA E I SUOI RUMORI . . .


Ieri sera dopo Tracce, con Federica ed Eleonora, ci siamo ritrovate a cantare le canzoni dei Meganoidi e dei Modena City Ramblers, tra le quali di quest'ultimi "Il Fabbricante dei sogni". . .

Tornando a casa con la voglia di risentirla, mi sono accorta che era un racconto perfetto di strade, incontri, rumori, storie e tempo. . . che sicuramente Francesca Shala là la ricorderà di certo !




"Ho girato in lungo e in largo

in compagnia del mio violino

e il vento dei viaggiatori

mi è rimasto sempre amico.

Conosco tutti i ponti

i marciapiedi e le stazioni

e in ogni posto e in ogni luogo

ho lasciato una canzone.


Mi esibisco per i passanti

per i poveri e per i signori

perchè non esiste uomo

senza musica nel cuore

e suono per le ragazze

per le serie e per le sfrontate

perchè non esiste donna

che dica no ad una serenata.


E giro con il mio violino

per le piazze e per le strade

la gente intorno balla

e trova il tempo per sognare.


Ogni sera conto i soldi

sparsi in fondo al mio cappello

mi addormento sotto un soffitto

ricoperto dalle stelle.

Trovo sempre un pasto caldo

nei mercati e nelle fieri

perchè dove c'è un violino

tutti quanti sono allegri.

Ho incontrato mille donne

e ogni donna l'ho incantata

con la storia del vagabondo

e la saggezza della strada

i bambini mi fanno festa

e stanno in fila per sentire

perchè sanno che il musicista

è un vecchio amico da seguire.


E giro con il mio violino

per le piazze e per le strade

la gente intorno balla

e trova il tempo di sognare.


Da molti anni non mi chiedo più

quale posto è la mia casa

e ho scoperto che la mia casa

è insieme a me dovunque vada

cammino senza legami

ho solo il vento che mi insegue

e il tempo non mi riguarda

perchè il tempo mi appartiene.




sabato 21 novembre 2009

"LA STRADA E I SUOI RUMORI MI HANNO INSEGNATO IL PASSARE DEL TEMPO, FORSE ADDIRITTURA UN PO’ DI STORIA, INFATTI MI RICORDO DI QUANDO...

"LA STRADA E I SUOI RUMORI MI HANNO INSEGNATO IL PASSARE DEL TEMPO, FORSE ADDIRITTURA UN PO’ DI STORIA, INFATTI MI RICORDO DI QUANDO … dovevo trovare la strada per il centro. Non era lontanissimo da dove ero, ma era la mia prima volta a Sarajevo. Sentivo dentro di me una sensazione di strana amarezza, forse per il decadente aspetto della città o forse per l'onnipresente segno dei buchi dei proiettili sulle case... o forse perché tutto sommato ero sorpresa nel sentire intorno a me una tale normalità in un posto cosi assurdo, una normalità che esprimeva un tenace desiderio di vita nuova degli abitanti che volevano semplicemente archiviare il passato carico di cosi tanto dolore e morte.
Il rumore del tram che attraversava il grande viale centrale della città accompagnava i miei passi. Questo tram era fantastico, ogni volta che passava sentivo il rumore dei decenni di servizio e mi chiedevo cosa lo potesse tenere insieme. Era veramente sgangherato. Ma andava bene. funzionava bene ed era sempre carico di gente. Andava cosi bene che divenne il mio mezzo di trasporto preferito.
Calata nella realtà quotidiana della città, osservavo la folla, i luoghi, le strade e cercavo la forza di ricordare e di immaginare che cosa fosse successo in questi posti. Come potevano essere più belli prima della guerra o di come potevano essere orrendi durante l'assedio. Mentre camminavo verso il centro o sul mio tram numero tre, pensavo come potevano aver vissuto le persone in quella città sotto i tiri dei cecchini per quattro anni, senza elettricità, acqua corrente, senza libertà e senza sapere se in quello stesso momento sarebbe stato il momento del fatidico incontro finale con la pallottola della loro vita.
Più cercavo nella mia memoria più il mio disagio aumentava perché di quel periodo di Sarajevo (1992-1995) mi ricordavo poco o nulla. Come si fa a immaginare cosa è successo tra queste case? Sparare nelle strade? E io dov'ero, come mai non mi ricordo nulla, non ne parlavano alla tele? Dove vivevo beatamente in quei quattro anni di assedio? Ma come hanno potuto resistere cosi tanto? Ricordo che si diceva che sparavano dalle colline... ma io non vedo colline, queste sono montagne! Come avrei potuto vivere la stessa cosa, se fosse successa a torino? Come siamo inconsapevoli dalle nostre case degli orrori che succedono fuori...
Ci sono delle zone bianche sulle montagne di Sarajevo che si distinguono chiaramente anche da lontano. Sono cimiteri, si vedono da tutta la città. Immensi, fittissimi cimiteri separati per religione ed etnia, ordinati, precisi, almeno in quello hanno trovato accordo, anche se, alla fine, sono andati tutti nella terra.

Tornando a casa mi sono resa conto di quanto siamo fortunati a non aver mai visto la guerra nel posto in cui viviamo. Non so come dire quanto sia brutta la guerra. La costante sensazione di avere la tua vita, il tuo mondo e tutto il resto appesa ad un filo sottile, molto più sottile di qualsiasi altro filo. Non è un luogo comune... penso che chi ha vissuto una guerra non la dimentica per tutta la vita e chi ha il coraggio di fare una guerra è perché non ne ha mai vista una o perché non sa che cosa stupenda e meravigliosa sia la pace.
Sarajevo, BIH, 2 Ottobre 2009.

viaggio attraverso strade interiori

La strada e i suoi rumori mi hanno insegnato il passare del tempo, forse addirittura un po' di storia. Infatti mi ricordo di quando, durante la mia infanzia, camminavo attraverso strade poco asfaltate e poco trafficate, e da casa udivo perlopiù le voci degli altri bambini che correvano e giocavano per la via, oppure i rumori della natura; mi riaffiora alla mente un particolare che oggi mi rende piuttosto perplessa: ricordo che quando sentivamo da lontano la sirena di un' ambulanza, ci raccoglievamo in gruppi e assistevamo inquieti all'insolita scena, ipotizzando dove potesse essere diretta; l'inquietudine di allora si è oggi quasi totalmente spenta, poichè abitando nel centro di una cittadina densamente popolata, purtroppo l'ambulanza passa molto frequentemente; eppure, se ci faccio caso, ogni tanto riemerge in me quel sentimento, quel brivido sfocato e lontano da bambina di paese, senza un perchè.
Questo pensiero mi dà da riflettere... Quanto può differire il modo di percepire ciò che ci circonda? Da cosa può dipendere questa differenza? Può l' ambiente in cui viviamo avere un' influenza tanto rilevante in ciascuno di noi?
Oggi la strada mi appare diversa: più illuminata, più curata, più trafficata, intorno un'aria sicuramente più inquinata, ovunque tracce lasciate dall' uomo; i rumori sono più vivaci, assordanti a volte, anche durante le ore serali.
E allora mi viene da chiedermi... Forse che che insieme alla percezione della strada è cambiato qualcosa anche dentro di me???

Incontri

2 marzo 2006, via Garibaldi - Russia

È il mio compleanno e svolgo Servizio Civile al Centro Studi Sereno Regis, un posto sconosciuto che si affaccia sulla via più camminata di Torino e che sventola in faccia ai passanti due coloratissime bandiere della Pace e una bianca del Movimento Non-violento, che la pace non la urla solo ma la costruisce giorno per giorno.

Compio 21 anni e sono la più piccola al CSSR. Nella mia aria c’è calore e una lieve sensazione di stress che serve a conciliare lavoro, esami, famiglia che trasloca, amori vecchi che ti salutano e amori nuovi che nascono, idee, progetti.

È quasi ora di pranzo, stiamo finendo di lavorare e tra poco ci metteremo a tavola, come tutti i giorni. Ciò che rende questo posto caldo come una famiglia è la cucina: cucinare e mangiare insieme crea legami come di sangue, legami di stomaco e lo stomaco è vicinissimo al cuore. Secondo me il fuoco ha rivoluzionato la storia dell’uomo non tanto perché riscaldava i corpi e teneva lontani gli animali, ma perché costringeva le persone a mangiare strette, riscaldando i lembi di carne sulla stessa fiamma, masticando vicini l’uno al ritmo delle mascelle dell’altro.

Dalla finestra entra una musica, una musica simpatica, viva, ricca. Ci affacciamo. Un uomo sulla cinquantina con la pelle chiara e gli occhi azzurri, vestito da cow-boy, suona almeno cinque strumenti contemporaneamente e intanto fa ballare Antonio, la sua marionetta, vestita come lui. Scendiamo e lo ascoltiamo. È bella l’arte di strada, non chiede nulla e tutto offre e intanto fa sorridere Torino, che diventa un po’ meno sabauda e un po’ più parigina, in questo 2006 di olimpiadi che la vorrebbe internazionale e invece continua a macchiarsi di cantilene al sapore di bagna cauda o come accidenti si scriverà.

È bello il nostro artista di strada e così, senza un perché, lo invitiamo a pranzo. È russo, ma capisce abbastanza l’italiano. Mi fa gli auguri, in italiano e in russo. Mangia e racconta, riservato e a suo agio. Ha una figlia della mia età, Olga –come la moglie di Cechov-, che vive negli Stati Uniti e che non vede da dieci anni.

Per sei mesi all’anno lavora al teatro di San Pietroburgo, tra marionette e spettacoli, e gli altri mesi va in giro per l’Europa, con Antonio e la sua musica.

- Sei attore?

- No, lui è attore- e indica Antonio

- È vestito come te

- Lui dice che sono io che mi vesto sempre come lui

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- Sei felice?

- A volte sono felice, a volte sono triste

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- Mi piacerebbe vedere la Russia, prendere la transiberiana…

- Vieni a trovarmi a Pietroburgo, a giugno, quando sarò di nuovo lì.

Un indirizzo mail, un contatto per continuare a sentirsi e forse a incontrarsi, per caso o per magia.

3 gennaio 2007, portici di piazza Castello – Senegal

Capodanno ad Assisi. Un bel Capodanno, colori, aria nuova, amici ritrovati dopo qualche mese di lontananza e altri scoperti nel paese di Francesco, speranza e desiderio che l’anno nuovo sia nuovo davvero. Che qualcosa o qualcuno renda nuove tutte le cose.

E poi il ritorno. Il treno fa troppo pensare o troppo sognare, dipende. In ogni caso è pericoloso, sia che rimugini e perdi la tua realtà aggrovigliandoti in quella che ti mostra la mente, sia che ti trasferisci in un mondo sorridente o semplicemente più sano di quello con cui normalmente hai a che fare. Per me era la seconda opzione. Poi il ritorno, brusco come sempre.

Anche quest’anno, il mondo non è cambiato la notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio. Anche quest’anno, cediamo all’ipocrisia di augurarci buon anno nuovo, mentre dovremmo augurarci buon anno vecchio. I giorni e i minuti sono vecchi ancora, siamo vecchi noi. Ancora non è avvenuta la metamorfosi. L’uomo nuovo ancora non è nato dentro di noi.

Il 3 gennaio torno da non so quale commissione e cammino senza troppa fretta per Torino ancora natalizia. Mi piacciono le vetrine, soprattutto quelle di libri. Ma più ancora mi piacciono i libri di colori, suoni, sapori, odori e storie africane. Ricette africane, speziate, brucianti come la vita: il cibo è prezioso, devi sentirlo quando ti passa sul palato e poi giù nell’esofago, devi benedire il bruciore alla lingua e la bocca che scotta. Favole africane, vere e sanguigne, senza false morali e sdolcinati lieti fine, dove ogni cosa e ogni animale è dotato di spirito e portatore di sapienza. Fiabe africane, principesse esotiche e belle, storie di coraggio, avventura, dolcezza. E poi romanzi e racconti non più figli della tradizione ma dei viaggi, dei distacchi, delle difficoltà, dell’arrivo e magari del successo di chi lascia l’africa e poi a volte vi fa ritorno, come un guerriero vittorioso.

Mi piace comprare questi libri da un ragazzo senegalese che li vende come ambulante regolare. Ha un sorriso luminoso e mi sa consigliare bene. Insieme parliamo di quelli che ho letto, di ciò che mi ha commosso e di ciò che mi ha divertito.

A volte però io non posso comprare e lui vuole comunque vendere, è un tira-e-molla che si risolve solo se mi allontano augurandogli buona fortuna.

Eccolo, mi ha visto e già sorride.

- Ciao bellissima

- Ciao. Guarda, oggi, niente, magari domani, la prossima volta.

Ma lui dice di no e mi fa fermare

- Voglio solo farti gli auguri

E sorride. Mi dà la mano, e due baci. E mi dice buon anno. Che bello il tuo buon anno. Allora penso che forse è già un anno nuovo, se tu hai voglia di fermarmi solo per augurarmelo. Che sia un anno buono davvero, di quelli che alla fine non butti via con un boccale di birra ma custodisci dentro le pagine di un diario.

23 ottobre 2009, via Garibaldi – Romania

Giornata scura, da dimenticare. Di quelle che non ci dovrebbero essere sul calendario. Di quelle che la sera prima pensi “che bello sarebbe se mi addormentassi ora e mi svegliassi dopodomani”. Perché è così difficile cancellare un giorno? Se già sai che quel giorno dovrai passare dove non vuoi, dovrai sperimentare la generosità non ricambiata, la gioia degli altri indifferente alla tua sofferenza, perché non puoi cancellarlo?

Ci avevo pensato. Fossi ricchissima -mi ero detta- farei un bel gioco di fusi orari, mi sposterei di volo in volo facendo la fortuna di qualche compagnia aerea in modo da prolungare il più a lungo la mia permanenza nel 22 ottobre e poi via in senso contrario a rincorrere il 24. Certo, il fuso orario non avrebbe potuto impedirmi di passare almeno per un po’ in questo terribile 23, ma a quel punto sarei stata io completamente fusa e drogata da cambi di ora, posti, cieli, check-in, cinture di sicurezza, partenze, atterraggi, turbolenze e non me ne sarei accorta più di tanto.

Ma non sono ricchissima, e quindi è andato tutto secondo copione. Ovviamente speravo ci fosse un colpo di scena, ma non c’è stato. Neanche una frase piccolissima, una parola, uno spiraglio di apertura.

Ci sono giorni in cui le fate madrine prendono ferie e la mia il 23 ottobre è andata alle terme. O a Gardaland. Più probabile alle terme, però. Le montagne russe le fa già tutti giorni per stare dietro a me, credo che avesse proprio bisogno di rilassarsi tra un bagno turco e una sauna in cui far evaporare tutte le tossine, le mie, quelle che mi soffia via tutti i giorni.

Per fortuna tra poche ore il 23 ottobre sarà finito, penso mentre cavalco la mia bicicletta. O forse non penso proprio. Si sa che il vento sulla bici asciuga le lacrime come una carezza, ma solo a patto di non pensare. O meglio di stare al gioco e pensare solo al movimento delle gambe, ai piedi sui pedali, alla leggera pressione delle mani sul manubrio e alla strada che si spalanca davanti.

Statuario, in messo alla via pedonale, vestito di giallo e di verde, un naso rosso intreccia palloncini per bambini e coppiette. Un clown, un vero clown. Non uno che gioca a fare il clown per un arco definito di tempo, né uno che pretende di trasmettere l’essenza della vita nei suoi fiori e cagnolini colorati. No, uno che semplicemente sta lì, sorride, si offre, strizza l’occhio al bimbo che cammina per mano a una mamma frettolosa e guarda attento se passano vigili avidi di permessi. Nulla lo protegge e nulla lo affligge. È libero dentro e regala la sua libertà a chi cammina schiavo di negozi, serate, tacchi, borsette, firme e agende.

Mi fermo, non voglio un palloncino, vorrei che mi spiegasse come si fanno i colombi che tubano. O forse voglio solo parlargli.

- Sai che è segreto, non si dice

Sento l’accento e mi sorride il cuore.

- Sei rumeno?

È rumeno, e siamo già quasi amici. Viene da Varad, ha quattro figli e ogni tanto gira con i suoi colori. Io gli parlo di Sighet, dei Carpazi e di Cluj. Mi chiede se sono stata in altre città del suo Paese e rispondo di no, purtroppo. Ha gli occhi luminosi quando parla della sua terra e io sorrido nei ricordi condivisi. Ma forse lui ha sempre gli occhi luminosi, perché chi sceglie il rischio di un’arte vissuta nella gratuità deve imparare a vedere alla sola luce delle proprie iridi.

Gli insegno a fare l’ombrello con tre palloncini. Basta spiegarglielo a parole, senza sprecare fiato e plastica. Adesso siamo amici.

Lui gonfia un palloncino giallo e, passaggio dopo passaggio, mi prepara molto lentamente i colombi innamorati. Ci siamo addomesticati e mi regala il suo segreto. Mi servirà per alleggerire i prossimi 23 ottobre, miei e degli altri. Oggi mi colora il cielo.

Capisco che è già il momento di salutarci, lui deve lavorare. Adesso non ho lacrime da far asciugare al vento di bici e salgo sopra il sellino leggera e fresca.

Drum bun, pagliaccio Tin-tin.

mercoledì 18 novembre 2009

FATE ATTENZIONE...CI SERVIRA'!

CORAGGIO....

CARI VIAGGIATORI

POTETE INSERIRE I VOSTRI RACCONTI COME DEI POST NUOVI IN MODO CHE NON SIANO DEI SEMPLICI COMMENTI ......E QUINDI BEN VISIBILI A TUTTI .
CORAGGIO!!

giovedì 5 novembre 2009

AMICI VIAGGIATORI ....
PENSATE E SVILUPPATE BREVEMENTE UN PICCOLO RACCONTO CHE INIZI CON:

"LA STRADA E I SUOI RUMORI MI HANNO INSEGNATO IL PASSARE DEL TEMPO, FORSE ADDIRITTURA UN PO’ DI STORIA, INFATTI MI RICORDO DI QUANDO …

lunedì 2 novembre 2009

VIAGGIATORI

Viaggiatori
le tracce ci sono anche se fan fatica a vedersi ….

I vostri testi sono al lavoro e tra breve arriveranno a tutti voi … per il momento vi presentiamo questo spazio virtuale dove elaborare il nostro percorso “di viaggio”.
Vi chiediamo di sviluppare un breve racconto di poche righe a partire da:
LA STRADA E I SUOI RUMORI MI HANNO INSEGNATO IL PASSARE DEL TEMPO,
FORSE ADDIRITTURA UN PO’ DI STORIA, INFATTI MI RICORDO DI QUANDO …

sabato 31 ottobre 2009

INIZIA IL VIAGGIO

Si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita,senza mai scalfire la superficie dei luoghi,nè imparare nulla dalle genti appena sfiorate.Il senso del viaggio sta nel fermarsi ad ascoltarechiunque abbia una storia da raccontare.Camminando si apprende la vita,camminando si conoscono le cose, camminando si sanano le ferite del giorno prima.Cammina guardando una stella,ascoltando una voce,seguendo le orme di altri passi.Cammina cercando la vita,curando le ferite lasciate dai dolori.Niente può cancellare il ricordo del cammino percorso.
(rubén blades)

I VIAGGIATORI IN CERCA DI TRACCE
















I VIAGGIATORI IN CERCA DI TRACCE
















I VIAGGIATORI IN CERCA DI TRACCE

I VIAGGIATORI IN CERCA DI TRACCE

















Il conflitto, come guerra, ma anche come scontro/incontro di culture generatore di tensioni e insieme motore della storia che può sembrare paradossale associarlo ad un percorso teatrale come TRACCE dove si intende guidare “l’uomo“ ad intrecciare dei sentieri di speranza. Ci siamo lasciati alle spalle almeno due grandi illusioni sulla scomparsa della guerra: la prima all’indomani del ’45, la seconda legata al periodo di distensione che seguì la cosiddetta “guerra fredda” e che sembrava averci liberato una volta per tutte dall’incubo atomico. Oggi, nonostante i numeri indichino che i conflitti nel mondo, rispetto al drammatico picco raggiunto nel 1991, si sono dimezzati, si percepisce con sempre maggior forza un ritorno della guerra nel nostro presente, un suo incombere sulla quotidianità. Ed è proprio il rapporto fra guerra e quotidianità ad essere al centro di questo percorso se l’Europa, dopo il 1945, non ha più conosciuto conflitti interni, questo non è dovuto tanto ad una volontà e a un sentimento di pace che hanno invaso il continente, quanto all’impossibilità pratica di fare la guerra . Oggi, dopo il trauma dell’11 settembre, lo spettro della terza guerra mondiale è stato di nuovo evocato, ma i presupposti sono differenti. Siamo di fronte ad un avvelenamento ideologico: la democrazia è impugnata come un’arma in una nuova guerra santa contro l’oscurantismo del fanatismo religioso. Gli strumenti per ricreare un equilibrio dovranno dunque essere diversi.
Nel nostro tracciare delle linee e dei vissuti ci accosteremo inizialmente a quell’istante
prima della bomba, dopo la bomba, dopo ancora.
Se in un passato dei personaggi vi è stata l’ immagini più sgradevole che l' uomo può dare e dire di se stesso, fisicamente e moralmente: vendita di figli, eliminazione del prossimo per avere o servire un potere, ed eliminazione dell’altro e la ripetizione incessante degli eventi diventando padri e figli di se stessi , adesso ritroviamo la stessa landa desolata ma anni dopo lo scoppio della “bomba” e tra i sopravvissuti che muoiono come mosche: ora è «l' uomo nuovo», rapato, vagabondo inerme cui tutti rimangono affascinati dal suo dire e ascoltano le poche parole di speranza e di rinascita , ma che divengono solo fumo al momento che uno di loro incita il gruppo a dargli la caccia, accusandolo come propagatore di un' ennesima peste. Tutti, tranne una donna che con lui vorrebbe fare un figlio e «ricominciare» l' uomo.
A partire da questo evento si svilupperà tutto il percorso di ricostruzione di una intera comunità che soffre per l’incomunicabilità dell’uomo e che cerca nell’altro una speranza per il domani.

TRACCE

TRACCE è un percorso teatrale che vuole riunire in una serie di workshop formativi l’esperienza e lasperimentazione di un metodo proprio che si fondasull’osservazione partecipata del sociale e degli eventi.L’obbiettivo è abitare uno spazio dove l’esperienzadell’incontro con" l’altro" traccia la propria identità.Attraverso questo percorso formativo sperimenteremo il fascino e la bellezza nell’accogliere il mistero e l’enigma di chi non conosciamo.